La vera storia del Regno delle Due Sicilie il 15 luglio a Torremaggiore

Pubblichiamo il volantino dell’evento “La terra dei Borbone” di Torremaggiore,la responsabilità del contenuto è esclusivamente degli autori della manifestazione. L’evento è organizzato da Bollenti Spiriti Progetto Strada Facendo in collaborazione con l’Associazione Daunia Due Sicilie e con la Confraternita della Misericordia di Torremaggiore.

Il Colonnello CARUSO

Per il SUD…per la LIBERTA’

Michele Caruso nacque a Torremaggiore (Fg) il 30 luglio 1837 in una casa vecchia e malandata nel “vicolo storto” del quartiere Codacchio.

Ex sottoufficiale dell’esercito Borbonico è considerato uno dei più importanti capibanda del brigantaggio e della rivoluzione meridionale che ha osteggiato per anni
… la monarchia Sabauda all’indomani della unificazione d’Italia.

Dopo la capitolazione di Gaeta, Michele Caruso viene avvicinato da emissari borbonici che lo guadagnano alla loro causa, affidandogli un incarico di notevole responsabilità: costituire

ed organizzare bande reazionarie nelle tre province di Foggia, Benevento e Campobasso. L’uomo, adusato ai lavori più duri, è l’operaio dai vari mestieri, di cui l’ultimo da cavallaro,

lo ha portato a conoscere le località boschive e le zone più inaccessibili dal Matese alla Basilicata. Per aver fatto il sensale di grano, ha acquisito capacità di trattative e, si sa,

ha un modo particolare per troncare le esitazioni dell’interlocutore; lo trapassa con lo sguardo di tiratore dalla mira infallibile, svuotandolo di ogni resistenza fino a renderlo succube della sua volontà.

Lo rispetteranno gli uomini che andrà reclutando tra gli sbandati dell’ex esercito napoletano e i renitenti alla leva. Lo temeranno i grandi proprietari che obbligherà alle somministrazioni di viveri e denaro.

Gli forniranno notizie utili ed asilo in caso di bisogno i braccianti agricoli, parenti dei soldati dell’esercito di liberazione: con il grado di Colonnello scatenerà guerra senza quartiere, logorando la

capacità di resistenza della truppa e le nuove, ma già vacillanti istituzioni. Caruso giovanissimo, conta infatti appena 23 anni, rivela abilità di stratega. Stringe subito rapporti con Antonio Secola da Baselice

e G. B. Varanelli di Celenza Valfortore; nel giro di appena tre anni, quanti ne intercorrono tra il 1861-’63, mobilita e sposta numerose bande cui si allea, come quelle del Petrozzi, Tamburino, Vito di Gioia, Cimino, Cosimo Giordano, D’Agostino, Nunzio di Paolo,

Tomaselli, Cascione, Martino, Fasano, Camillo Andreotti detto il Moretto, Fuseo, Florenzano, Pace, Carmine Romano, Giovanni d’Elia, Giuseppe Giurassi, Luciano Martino e Salvatore Romano alias Sciamarra.

Tali capibanda ai suoi ordini come ausiliari, determinano una situazione di panico in tutto il circondario di Benevento; a questa tensione non sfuggono le truppe inviate a contrastare il passo.

Invano i sindaci scongiurano i Comandanti dei distaccamenti di restare a guardia dei paesi. Gli ufficiali se ricevono indicazioni di raccolta, dirigono i soldati “nella direzione opposta e lontana da quella ove la comitiva si stava a bivacco”.

Viceversa al primo sentore di briganti in arrivo, partono precipitosamente “adducendosi a scusa la necessità di doversi restituire in residenza per affari urgenti” Il “Colonnello” Caruso

scorazzava con la sua banda che arrivava a contare anche diverse centinaia di affiliati (ex soldati borbonici, agricoltori e pastori delusi dal nuovo stato unitario e/o in condizioni di miseria e disperazione) che si distinguevano perla ferocia delle loro azioni anche sulle popolazioni civili che non li appoggiavano.

Agiva nel Molise, nel Beneventano e in Capitanata con azioni di vera e propria guerriglia organizzata contro l’esercito del Regno d’Italia e aveva come suo acerrimo nemico

il Generale Pallavicini che alla fine riuscì a catturarlo (grazie alla soffiata della sua druda) e a farlo fucilare in Benevento il 12/12/1863 dopo un sommario processo con l’accusa

di “associazione in banda armata avente per mira di cangiare e di distruggere la forma del governo e altri reati alle forze dell’ordine”. Alla domanda dell’Ufficiale Piemontese, davanti al plotone di esecuzione,

Caruso rispose rivolgendosi alla folla: s’avvess saput’ leggrh e scrivh avess’ bruscjt uh’ mun’. La sua taglia era di L. 20.000, il massimo del tempo (come quella del più grande brigante meridionale generale Carmine Crocco).


Gli storici dicono…

Il brigante autentico, quello appunto degli ideali di giustizia e libertà è costretto suo malgrado, per conservare ascendente sulla banda e costringere alla disciplina gli uomini, a ricorrere alla violenza. L’opinione pubblica non ne resta scossa, anzi stima naturale che il giustiziere agisca in siffatto modo. Si verifica in realtà un sottile inconscio processo di identificazione tra il capobrigante e il contadino atavicamente maltrattato. Il colonnello Michele Caruso è un eroe, perché dimostra che il contadino o pastore, se vuole, può diventare temibile nelle reazioni, riscattandosi dalle umiliazioni subite. Chi si ribella, quando vince durante uno scontro o incendia gli archivi comunali, annulla i privilegi dei ricchi, celebrando il trionfo degli oppressi sugli oppressori. Chi si ribella, quando distrugge le messi dei proprietari o ne uccide il bestiame, toglie il superfluo, quello che non tocca ai contadini sfruttati dal latifondo, la ricchezza ingiustamente capitalizzata, eliminando simbolicamente la corruzione del sistema economico vigente. Bisogna capirli i contadini datisi al brigantaggio nella provincia di Benevento! Molte volte provengono dalle regioni circonvicine; Ninco-Nanco tramite Caso di Basilicata consente lo spostamento temporaneo dei briganti nel Beneventano per fiancheggiare le spedizioni del colonnello Michele Caruso e ravvivare lo spirito di emulazione di quanti in loco hanno aderito alla reazione. Chi si allontana dalla terra ove è nato, dai campi direttamente coltivati, è senza radici e senza affetti. Costretto ad una vita nomade, non può fermarsi; questo significherebbe la morte. Di qui la ricerca di avventure, l’una più pericolosa dell’altra, che servono ad appagarlo, l’emotività accentuata indirizzata a far violenza alle donne o alle persone in genere, mediante l’attuazione di feroci delitti. Con questo beninteso, non si intende giustificare la violenza…

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PROCLAMA DEL COLONNELLO CARUSO

1) Tutti gli iscritti e quelli che vorranno iscriversi alla compagnia comandata dal Colonnello Caruso, hanno l’obbligo di restaurare sul trono Francesco II° e di combattere con tutti i mezzi i liberali, che sono nemici provati della Santa Chiesa e del Santo Papa Pio IX;
2) di amarsi fra loro e di garantire la vita del loro Colonnello che Iddio guardi per mille anni;
3) chiunque diserta dalle fila, dopo aver giurato sul Crocifisso, sarà fucilato;
4) chiunque muore in battaglia, la famiglia del defunto avrà un forte vitalizio da Sua Maestà Francesco II°;
5) chiunque vorrà in seguito arruolarsi nell’esercito di S. M. occuperà il grado di ufficiale;
6) chiunque, per sue speciali ragioni non vorrà far parte dell’esercito di S. M. avrà un impiego ben remunerato.
firmato: il Colonnello Michele Caruso.
Dopo l’accettazione del programma il Caruso lo fece affiggere come proclama in tutte le province, riuscendo a formare una grande banda divisa in otto compagnie.

COCCARDA ROSSA

Era il distintivo di cui i legittimisti meridionali si fregiavano sin dall’invasione francese del 1799. Dopo la caduta di Gaeta i briganti mostrarono con orgoglio la coccarda rossa nella quale capeggiava il giglio borbonico sia sui copricapo a grosse falde che sul petto.

La coccarda riprodotta a lato
da: “BRIGANTI & PARTIGIANI” – a cura di: Barone, Ciano, Pagano, Romano – Edizione Campania Bella

IL GIURAMENTO

Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intero
di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II promettiamo di concorrere con tutta la nostra forza e con tutta la nostra anima al suo ritorno nel Regno;
di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini a tutti i comandi che verranno sia direttamente sia per i suoi delegati dal Comitato centrale residente a Roma.
Noi giuriamo di conservare il segreto affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore dei sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per grazia di Dio, difensore della religione e figlio affezionatissimo del Nostro Santo Padre Pio IX che lo custodisce nelle sue braccia per non lasciarlo cadere nelle mani degli increduli, dei perversi, dei pretesi liberali.
I quali hanno per principio la distruzione della religione dopo aver scacciato il nostro amatissimo sovrano dal trono dei suoi antenati.
Noi promettiamo anche, con l’aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale Vittorio Emanuele ed i suoi complici.
Noi lo promettiamo e lo giuriamo.

da: T. PEDIO “Inchiesta sul brigantaggio” Fasano di Puglia 1983

I COMANDAMENTI DEL BRIGANTE

1. – Cercare di colpire sempre gli ufficiali e i graduati, è meglio uccidere un solo ufficiale che molti soldati (quando si colpisce la testa, le altre membra diventano inutili).
2. – Caduto l’ufficiale, gli uomini, senza direzione facilmente fuggono
3. – Non accordare mai quartiere ai feriti e ai prigionieri, ucciderli, scannarli e massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li ritroveranno.
4. – Il soldato quando si batterà, penserà sempre alla fine che l’aspetta se cade ferito o prigioniero e quando vedrà le brutte… scapperà…
5. – Esporre la vita per salvare un compagno, ucciderlo piuttosto che resti ferito o prigioniero dei soldati.
6. – Nei combattimenti corpo a corpo non fare le spacconate dei soldati di menare calciate di fucile; giuocare invece serrato di coltello; tirare colpi alla pancia e girarvi dentro la lama; si fanno ferite più dolorose, che si sentono subito, si vedono uscire fuori le budella, e difficilmente guariscono.
7. – Attaccare la truppa quando si ha la certezza di vincere, mantenersi nascosti, o fuggire quando non si è in numero e in posizione vantaggiosa.
8. – Mettersi tanto di notte quanto di giorno in posizioni elevate, possibilmente vicino a boscaglie, che offrono sicuro scampo, perché i soldati difficilmente vi si internano.
9. – Non risparmiare la vita dei soldati, mai e poi mai quella degli squadriglieri; far del tutto per averli vivi in mano per poi farne strazio.
10. – Durante il combattimento qualunque atto di insubordinazione o mancata obbedienza deve essere punita dal capobanda con una schioppettata nella testa.


MICHELE CARUSO SU WIKIPEDIA

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